"Veron@" quotidiano

Bardolino e il vino: attualità e storia

Estratto della tesi di laurea
di Giorgia Viviani
Università degli studi di Trento
Facoltà di Economia
relatore: Ch.mo Prof. Andrea Leonardi
a.a. 97/98
Titolo: Un'azienda vinicola di Bardolino tra '800 e '900

Il Lago di Garda  Bardolino 
Economia della zona  Il quadro economico generale tra ‘800 e ‘900 
La viticoltura  Testimonianze 
I consorzi di tutela  Il consorzio di tutela del vino Bardolino 
La denominazione d’origine dei vini  Normativa 
La vinificazione  Esportazioni 
Esportazioni oggi  Le esportazioni italiane 
Bibliografia  Note
Per segnalazioni: Flavio Filini
Veron@ quotidiano
 
 

 

IL LAGO DI GARDA

 
Il lago di Garda, con una superficie di circa 370 kmq, è il più vasto lago d'Italia.
Occupa una profonda fossa, che raggiunge nella parte settentrionale i 278 m sotto il livello del mare.
Il bacino idrografico del lago, formato dalla regione che comprende tutte le acque, i fiumi, i torrenti e gli affluenti, che confluiscono nel lago, calcolato di 2290 kmq, è piuttosto piccolo rispetto alla superficie lacustre. [1]
Tale è la sua estensione, che persino Virgilio, il grande poeta latino, gli dedicò alcuni versi, in cui lo paragona al mare, per la sua estensione e le sue tempeste.[2]
Il territorio della Gardesana veronese si estende ai piedi del monte Baldo e comprende i grandi anfiteatri morenici del Garda, di Rivoli ed, in parte, il territorio originato dalla grande conoide atesina formatasi dall'enorme trasporto di ciottoli, limo e sabbia verso la pianura., dopo lo scioglimento dei ghiacciai. [3]
La grande quantità di acqua presente nel suo bacino, trasforma il Garda in un serbatoio di calore, che contribuisce a mantenere un microclima perennemente temperato, favorendo una vegetazione mediterranea.[4]
Infatti il territorio della Gardesana ha un caratteristico ambiente climatico, che si avvicina, per le condizioni termiche particolarmente felici, a quello "mediterraneo".

La regione del Garda è stata inclusa nella cosiddetta "regione insubrica", caratterizzata da un clima dolce e dalla presenza di specie vegetali ed animali che sono del tutto assenti nelle altre vicine regioni della zona prealpina.[5]
Giuridicamente la zona del Lago di Garda è suddivisa in 82 comuni, dei quali 43 facenti parte della provincia di Brescia, 6 Mantova, 19 Verona e 14 Trento, per un totale di circa 350.000 abitanti, che hanno avuto questo andamento negli anni del dopoguerra [6]:

 

ANNO
POPOLAZIONE
1951
321.000
1961
332.000
1971
350.000
 
Dal 1971 ad oggi la popolazione è rimasta pressochè invariata, a causa del forte calo demografico che ha caratterizzato questo ultimo scorcio di secolo.

La popolazione residente è rimasta costante, mentre è cresciuto notevolmente il numero delle persone che si recano sul lago in villeggiatura; anche lo sviluppo edilizio è quasi interamente legato al turismo. [7]

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ECONOMIA DELLA ZONA

L’economia lacuale è caratterizzata da due distinti aspetti, che nella realtà si combinano in vario modo, dando luogo alle più varie conformazioni economiche.

Queste due componenti sono : il reddito proveniente dal turismo, che rappresenta l'entrata maggiore, e quello frutto dell'attività produttiva della zona.

L'economia lacuale era originariamente depressa e la spesa turistica rappresentava un afflusso di reddito proveniente dall'esterno, che si presentava sotto forma di spese turistiche e investimenti residenziali, e modificava solo stagionalmente la fisionomia e la struttura dell'economia locale.[8]

Per quanto riguarda la zona del Benaco, l'agricoltura è sempre stata l'attività principale, favorita dal terreno e dal clima, particolarmente favorevole per le più diverse colture.

Infatti le sponde del Garda sono cinte da una corona di fertili colline ricoperte di vigneti, in mezzo ai quali prosperano l'olivo, gli alberi da frutto, il frumento e gli agrumi.

Negli ultimi decenni, grande sviluppo ha avuto l'industria turistica, favorita dalla mitezza del clima e dalla bellezza del paesaggio.

Il lago è diventato in poco tempo un rinomato luogo di villeggiatura, soprattutto per i turisti stranieri.[9]

 

ANNO
ITALIANI
STRANIERI
1965
1.435.000
3.688.000
Queste presenze sono aumentate costantemente, senza periodi di particolare crisi, fino ad arrivare nel 1996, a circa 8 milioni di villeggianti, di cui il 70 % rappresentato da turisti stranieri.[10]
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BARDOLINO

Bardolino si trova sulla sponda orientale del lago di Garda, più comunemente detta sponda veronese.

Bardolino è stato definito "ridente occhio del lago"[11]: definizione meritata considerando l'aperta posizione del paese lungo la sponda veronese del Garda.

L'origine di questo paese è assai remota e risale ai palafitticoli, verso la fine del terzo millennio prima di Cristo. [12]

Da borgata, sia pur importante, di agricoltori e pescatori, dagli anni Cinquanta Bardolino è divenuto una rinomata stazione turistica ed uno dei più frequentati centri balneari della riviera.[13]

Bardolino conserva la tipologia di un centro agricolo, benchè‚ dopo la seconda guerra mondiale, il turismo rappresenti la principale fonte di ricchezza per la sua popolazione.

Prodotti caratteristici sono l'olio e soprattutto il vino, le cui produzioni hanno ormai soppiantato tutte le altre colture.

La viticoltura di questa zona ha preso l'indirizzo di una produzione di pregio altamente qualificata, rappresentata ottimamente dal vino che prende il nome da questo paese.

Infatti l'origine del vino "Bardolino" riguarda la posizione geografica della zona produttiva, facente capo, appunto, al Comune di Bardolino.[14]

La zona di produzione del "Bardolino" comprende gran parte del territorio dei Comuni di Bardolino, Garda, Lazise, Affi, Costermano, Cavaion, Torri del Benaco, Caprino, Rivoli, Pastrengo, Bussolengo, Sona, Sommacampagna, Castelnuovo, Peschiera e Valeggio.

La denominazione "Bardolino classico", invece, è riservata esclusivamente al vino prodotto nella zona più antica, corrispondente al territorio compreso fra i Comuni di Bardolino, Lazise, Garda, Affi, Costermano e Cavaion.

Attualmente il comune di Bardolino è il maggior produttore del vino omonimo con un totale d'uve che, nel 1974. si aggirava sui 40-45.000 q.li pari a 28-31.000 hl di vino, che sono passati a circa 176.800 q.li nel 1994, pari a circa 124.000 hl di vino.[15]

La popolazione residente di Bardolino non ha mai subito rilevanti modifiche, mantenendo un livello di crescita pressochè costante :
 

ANNO
POPOLAZIONE
1951
4.150
1961
4.351
1971
4.400 [16]
1991
5.200
1997
6.000[17]
 

Per quanto riguarda il turismo valgono le stesse considerazioni riportate per l'intera zona lacustre.

Infatti nel periodo di villeggiatura, i turisti arrivano a quadruplicare la popolazione di Bardolino.
 

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IL QUADRO ECONOMICO GENERALE

TRA '800 e 900

Per capire come e perchè in una zona si siano sviluppate alcune attività a scapito di altre, è opportuno ripercorrere le principali tappe, attraverso le quali si sono sviluppate determinate scelte.

Durante il secolo XVII il territorio veronese faceva parte della Repubblica di San Marco.

Di questo periodo esistono notizie frammentarie, tali da dare solo un panorama generale della situazione nella zona [18] : la popolazione era dedita all'agricoltura e nella vita economica persistevano le caratteristiche tradizionali, la proprietà fondiaria era generalmente condotta a mezzadria e i prodotti agricoli, in particolar modo l'uva, venivano suddivisi a metà tra il proprietario ed il mezzadro, salvo un quindicesimo del prodotto totale in più al padrone a titolo di regalia, considerato come compenso per i prodotti che il colono e la sua famiglia potevano consumare vivendo sul fondo. [19]

La lavorazione della vigna "ad opera", cioè servendosi di lavoratori non fissi, invece, era rarissima e ristretta a piccoli poderi.[20]

La scarsezza e la povertà delle strade e dei mezzi di trasporto rendevano estremamente limitati e difficili gli scambi e il commercio; le produzioni agricola e manifatturiera convivevano negli stessi luoghi ed erano per lo più dirette all'autoconsumo.[21]

All'inizio del secolo XIX il territorio della Gardesana era suddiviso fra l'Austria e la Repubblica Cisalpina del Benaco voluta da Napoleone, che aveva Desenzano come capoluogo.

Il confine fra le due amministrazioni, tagliando a metà il lago, partiva immediatamente a nord di Lazise e procedeva verso sud-est fino a Verona, dove l'Adige divideva politicamente in due parti la città.[22]

Nel 1801 dopo la sconfitta dell'Austria a Marengo la delimitazione politica tra la nuova Repubblica Italiana e tutta la zona del Garda si ritrovò riunita nel "distretto del Mincio", che comprendeva anche Verona, con capoluogo Mantova.

Questa situazione durò fino al termine della dominazione francese nel 1815 e nei successivi "compartimenti" fino alla liberazione del Veneto nel 1866. [23]

Con l'entrata nel Regno Italico di Napoleone all'inizio dell'800, si ebbe un periodo funestato da guerre e occupazioni militari, che causarono il consumo e la dispersione di molte risorse.

La situazione divenne quasi insostenibile anche a causa di alcune stagioni avverse, che provocarono, attorno al 1815, una grave crisi agricola.

Nonostante le continue guerre, la dominazione francese rinnovò l'amministrazione, e pose le basi per una nuova struttura sociale e per nuove forme di produzione, che vennero agevolate dal miglioramento della viabilità, grazie alla sistemazione delle grandi arterie interprovinciali e la costruzione di nuove strade carrozzabili che collegavano i paesi fra loro e con la città. [24]

Cominciarono così a diminuire gli ostacoli al traffico e al commercio e si sviluppò un'economia di scambio, anche se le continue depredazioni e requisizioni napoleoniche ebbero gravi ripercussioni sull'agricoltura e sull'economia in genere.

Quando nel 1814 tornarono gli Austriaci, nel territorio lombardo-veneto, si trovarono di fronte a due realtà economiche estremamente diverse.[25]

Infatti, mentre la Lombardia poteva vantare un efficiente assetto delle attività agrarie, che già nel passato avevano dimostrato di poter competere con le più evolute strutture produttive nord europee, ben diversa era la realtà strutturale e produttiva del Friuli e del Veneto.

In particolare, le manifatture venete, che avevano subito gravi danni a causa della politica economica napoleonica, ormai languivano, subendo il nuovo assetto commerciale che privilegiava i cosiddetti "beni nazionali" austriaci.

Nessun incentivo alle manifatture connotava la politica imperiale, quanto piuttosto la tendenza ad accattivarsi il ben volere delle popolazioni attraverso la riduzione e la perequazione della pressione fiscale e una attenta politica annonaria che garantisse i più elementari mezzi di sostentamento, per scongiurare la carestia.[26]

La viticoltura e la bachicoltura costituivano i pilastri produttivi e reddituali del mondo rurale veneto.

Con l'introduzione della ferrovia, la zona del Lago di Garda venne attraversata dall'importante linea Milano-Venezia e i commerci e i viaggi si moltiplicarono, e l'economia e l'agricoltura ne trassero grande giovamento. [27]

Verso il 1850 le coltivazioni viticole e gli allevamenti di bachi da seta furono colpite da due terribili malattie, l'oidio e il calcino, che, unite ad alluvioni e carestie incrinarono le già modeste potenzialità produttive della zona, cosicchè i primi anni dopo il 1866, quando il Veneto entrò a far parte del Regno d'Italia, furono caratterizzati da una grave depressione.[28]

Inoltre Verona non faceva più parte del Quadrilatero, zona militare formata da Verona con Villafranca, Peschiera e Mantova, e perciò aveva perso la notevole importanza di cui prima era investita.

Di conseguenza il valore del mercato cominciò a calare, la disoccupazione aumentò e si manifestò una forte emigrazione.[29]

Nei primi anni dell'attuale secolo, la viticoltura del territorio gardesano non era ancora stata colpita dalla fillossera; la zona di Bardolino ne fu colpita nel 1911.

Allo scoppio della prima guerra mondiale la parte della Gardesana confinante con il territorio trentino, occupato dall'Austria, venne direttamente investita nelle operazioni belliche.

Le imponenti operazioni militari connesse col primo conflitto mondiale interruppero la ricostruzione antifillosserica la quale, a causa di questi avvenimenti ed ai difficili anni che seguirono, subì un notevole ritardo.[30]

Durante la prima guerra mondiale si ebbe una diminuzione della produzione causata dalla sottrazione di braccia al lavoro, ma grazie all'impiego di donne, vecchi, bambini ed invalidi, cui venne affidata l'agricoltura, si riuscirono a garantire le produzioni fondamentali; inoltre vennero concessi esoneri e licenze per il personale delle aziende agrarie, per rendere meno gravi i danni alla produzione.[31]

Inevitabilmente la produzione successiva segnò una sensibile diminuzione.

I 13.500 ettari di vigneto specializzato esistenti nella collina veronese, prima della guerra, si erano ridotti nel triennio 1929-31 a soli 8.500, e la produzione dell'uva dai 514.000 qli del periodo 1909-14 era scesa a meno della metà, 207.300 qli.[32]

Dopo la guerra furono iniziate molte opere per ricostruire le zone sede di operazioni di guerra, e nonostante il clima della ricostruzione non fosse tranquillo a causa di scioperi e violenze, si riuscì a far ripartire le attività produttive.[33]

La ripresa non si fece attendere e quando salì al potere il governo fascista erano in fase di sviluppo varie nuove attività, fra cui quella industriale, grazie anche al clima di forzata "tranquillità sociale" che venne instaurato.

In questo periodo, inoltre, l'agricoltura in particolar modo ebbe notevole impulso grazie al progresso tecnico e ai miglioramenti fondiari.

La viticoltura era però ristagnante, decaduta rispetto al periodo antecedente al 1914.

La causa fondamentale sembra legata al minor consumo da riferire al diminuito potere d'acquisto della popolazione, e alle minori possibilità di esportazioni. [34]

Nel 1939 ebbe inizio la seconda Guerra Mondiale : l'inflazione aumentò in maniera incontrollabile e i rifornimenti divennero sempre più difficili a causa della scarsità dei raccolti e dell'assorbimento da parte delle truppe tedesche di gran parte delle risorse.[35]

Anche quando cessarono le ostilità, la situazione non migliorò perchè i mezzi tecnici insufficienti, gli scioperi e le agitazioni non permisero una regolare ripresa dell'attività produttiva.

Dopo enormi sforzi per ricostruire le zone distrutte dai bombardamenti e per riportare l'economia verso i livelli prebellici, negli anni Cinquanta ebbe inizio il vero e proprio sviluppo economico, il cosiddetto "boom", dovuto soprattutto ai settori secondario e terziario.[36]
 

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LA VITICOLTURA

Il Veneto è terra di antiche tradizioni viticole, perciò l'attuale fisionomia viticola della Regione non può essere considerata il frutto esclusivo delle recenti scelte.

Anche dopo la ricostruzione post-fillosserica di fine Ottocento il Veneto ha saputo dare una particolare qualificazione alle proprie produzioni, grazie alla rilevante presenza della cooperazione vitivinicola sia sul piano tecnico che su quello sociale e grazie anche alla spinta impressa dalla disciplina per la tutela delle denominazioni di origine dei vini.

Questo è un fatto interessante se si considera che nel secolo scorso le produzioni vitivinicole venete erano notevolmente decadute, con eccezione di quelle tradizionalmente più importanti.[37]

La superficie coltivata a vite da uva da vino, copre nella regione complessivamente 175.275 ettari, di cui 119.000 ha in coltura specializzata, a fronte di appena 61.000 ha coltivati a vite da uva da tavola.

Significativa è l'evoluzione della coltura della vite da promiscua a specializzata negli ultimi decenni :[38]
 
 
ANNO
COLTURA PROMISCUA COLTURA SPECIALIZZATA
1960
ha 406.106
ha 57.993
1969
ha 261.151
ha 82.179
1970
ha 97.890
ha 116.164
1977
ha 56.096
ha 119.118
 

La produzione viticola è una delle componenti fondamentali dell'economia agricola veronese ed occupa un posto di primo piano nell'ambito nazionale.

Infatti la provincia di Verona detiene il primato esclusivo, tra tutte le provincie italiane, di maggior produttore di vini a denominazione di origine controllata.[39]

La viticoltura a Verona è quasi totalmente insediata nelle zone pedemontane e collinari, e copriva nel 1977 circa 30.000 ettari, di cui quasi 26.000 in coltura specializzata.

La produzione annuale si aggira sui 4 milioni di quintali, per un potenziale vinicolo di circa 3 milioni di ettolitri, di cui quasi la metà a denominazione di origine controllata, che nella provincia di Verona sono

- Bardolino
- Valpolicella
- Soave
- Bianco di Custoza
- Lugana
- Valdadige

Il rimanente della produzione è dato dai vini che vanno sotto il nome di Verona, bianco e rosso e Durello.[40]

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TESTIMONIANZE

Vi sono innumerevoli e indiscutibili testimonianze della coltura della vite nell'antichità in Verona e della rinomanza dei suoi prodotti.[41]

Si hanno prove della coltivazione dell'uva risalenti al periodo delle palafitte, proprio nella zone del Lago di Garda, precisamente a Pacengo.

I reperti archeologici provano inoltre che le popolazioni pre-romane conoscevano la vite e ne sfruttavano il prodotto trasformandolo in vino.

Ovunque sono state rinvenute moltissime testimonianze enoiche databili con l'età romana, come innumerevoli sono le pagine di letteratura dedicate al vino nel corso dei tempi; inoltre sotto il selciato di Verona si continuano ancora oggi a trovare "cauponae" e "tabernae", le antiche osterie romane.[42]

Vi sono anche testimonianze di viticoltura nella zona risalenti al dominio etrusco (7° - 5° secolo a. C.) quando certamente vi era produzione vinicola : l'odierno "Valpolicella" viene identificato con il vino "Retico", esaltato dagli scrittori latini e tanto apprezzato sulle mense imperiali.[43]

Nella decadenza generale che seguì lo sfacelo delle istituzioni imperiali, la disastrosa situazione agricola ebbe tragiche ripercussioni sulla coltura della vite, la cui coltivazione venne completamente abbandonata.

Solo lo sviluppo del Cristianesimo salvò dalla completa decadenza la vitivinicoltura, anche se ne limitò la produzione allo stretto necessario.[44]

La vite rientrò poi di prepotenza nella storia come fondamentale strumento di ripopolamento delle campagne di tutta Europa durante il Medioevo, e progressivamente venne trasformata da coltura di prestigio in impresa economica commerciale, mirante ad un sempre maggior profitto.

La presenza del vigneto divenne sempre più rilevante, finchè, a metà dell'Ottocento rappresentava il vero punto di forza dell'agricoltura veronese, tanto che tutto il territorio era coperto dai vigneti, poichè con essi il contadino oltre ad assicurarsi una bevanda per consumo personale, rispondeva facilmente alle richieste del padrone e aveva inoltre a disposizione una merce agevolmente negoziabile.

Spesso però era merce dequalificata, a causa dei luoghi inadatti in cui spesso era coltivata la vite e delle tecniche di coltivazione che privilegiavano la quantità sulla qualità.[45]

Per ovviare a questi problemi, nacquero varie società ed accademie allo scopo di divulgare notizie e tecniche per cercare di migliorare la produzione vitivinicola.

Ad esempio nel 1872 nacque a Verona la "Società enologica", che aveva lo scopo di produrre vini pregiati e farli apprezzare sul mercato, mentre l'"Accademia di Verona" organizzò cicli di conferenze e dimostrazioni pratiche contro la peronospora e l'oidio [46], che apparve nella zona del lago di Garda verso il 1851, ma nonostante le precise indicazioni sull'uso dello zolfo per combattere la "crittogramma della vite", i viticoltori tardarono molto ad usarlo.

Nel 1857 la produzione era sensibilmente calata e si dovette ricorrere all'importazione dei vini per i bisogni locali e si pensò di "comporre bevande alcoliche le quali potessero per qualche guisa tener luogo al vino mancante".[47]

Si dovette arrivare al 1860 perchè lo zolfo venisse largamente utilizzato per combattere questo grave malanno.

Nacque in quegli anni anche la "Società veronese", che creò le prime piccole cantine sociali e nel 1875 fece partecipare alla Fiera Enologica di Torino alcuni vini veronesi, che ebbero l'opportunità di aprirsi nuovi sbocchi per l'esportazione.[48]

Grazie a tutte queste iniziative, che fecero acquisire notevoli conoscenze agli agricoltori, fra la fine dell'800 e l'inizio del '900, la produzione viticola conobbe un notevole miglioramento.

Nel 1880 fece la sua prima apparizione nei vigneti di Villafranca la peronospora, ma solo nel 1887 furono effettuate con successo le prime applicazioni di lotta con il solfato di rame unito alla calce.

Nel 1894 si ebbero i primi allarmi in provincia di Verona dell'invasione della fillossera, originaria dell'America del Nord, un vero flagello distruttore per la vite europea, che era già stata precedentemente segnalata in altre zone viticole italiane, mentre nella zona del lago si manifestò palesemente verso il 1910.[49]

Solamente come conseguenza alla diffusione delle terribili malattie crittogrammiche, cominciò a cambiare il modo di produrre ed investire.

Iniziarono ad essere utilizzati i trattamenti chimici di difesa e l'uso generalizzato dell'innesto con la vite americana, immune alla filossera, con cui si riuscì a mantenere pressochè inalterata la qualità del vino.

Si fecero inoltre più consistenti gli investimenti di capitale nella produzione e nell'immagazzinamento del vino, mentre diminuirono gli investimenti a vite in pianura e si intensificarono le colture nelle zone collinari, con enorme vantaggio per la qualità dei vini.

Per comprendere quale grande importanza rivestisse il vino nell'economia veronese, basti pensare che nel 1903 funzionava a Verona una Borsa vinicola, che aveva lo scopo di facilitare il commercio dei vini.[50]

Nonostante l'avvento delle due guerre mondiali abbia frenato la produzione vitivinicola, essa comunque ha sempre mantenuto un posto importante nell'economia della zona.

La produzione vitivinicola non ha subito grandi innovazioni dal punto di vista tecnico-produttivo fino al 1960, quando si è affermata una serie di modifiche tecnologiche, sia per quanto riguarda le coltivazioni che la produzione, che hanno avuto il merito di abbassare i costi di produzione e livellare la qualità dei vini per riuscire a conquistare il mercato di massa.

Il miglioramento della vite è sempre stato concentrato sull'ottenimento di particolari innesti o sulla soluzione di problemi di resistenza ai parassiti e a particolari tipi di terreno, ma i risultati sono sempre stati limitati dai lunghi tempi necessari per ottenerli.

Negli ultimi anni, grazie all'uso delle biotecnologie, prima fra tutte la coltura in vitro, sono stati fatti passi da gigante in questo campo.[51]

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I CONSORZI DI TUTELA

Dopo la ricostruzione fillosserica, la produzione  viticola specializzata subì un vistoso incremento.

Di  pari passo il commercio del prodotto  confezionato  e venduto in damigiane registrò un sensibile incremento.

Per soddisfare la crescente domanda, i commercianti veronesi introdussero  imponenti quantitativi di vini  di  altre regioni italiane, a prezzi ben più convenienti, per  trasformarli  e rivenderli poi con il nome di  "Bardolino", "Valpolicella", "Soave", ecc.

Sotto la spinta di questa evidente inflazione riguardante la denominazione d'origine, la tutela della  produzione, problema sempre fortemente sentito dai produttori locali, si rendeva assolutamente necessaria.[52]

I Consorzi volontari tra produttori sono organismi di autodifesa della produzione enologica.

Rappresentano la volontà di tutti gli operatori che vi aderiscono, di imporsi una autodisciplina tesa a conseguire miglioramenti qualitativi del vino oggetto della difesa consortile, promuovendone l'espansione commerciale e tutelandone il nome contro un uso indebito e nocivo.[53]

Questi organismi esistevano in Italia già prima della legge 930/63, in cui si legge che "il Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste può affidare al Consorzio volontario per la tutela di un vino a denominazione di origine controllata o controllata e garantita, l'incarico di vigilare sull'osservanza delle disposizioni di cui alla legge medesima e ai disciplinari di produzione, con facoltà di costituirsi parte civile nei relativi procedimenti penali".[54]

Nella provincia di Verona, nonostante esistano una decina di vini a denominazione controllata, "Lugana", " Valdadige Bianco", "Valdadige Rosso", "Valdadige Pinot Grigio", "Valdadige Schiava", "Lessini-Durello", "Bardolino", "Soave", "Valpolicella" e "Bianco di Custoza", solo per questi ultimi quattro sono stati creati i Consorzi.

Ad esempio, prendiamo in considerazione il Consorzio di Tutela del Vino Bardolino.

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IL CONSORZIO DI TUTELA DEL VINO BARDOLINO

Il 3 aprile 1926 venne costituito il primo Consorzio di difesa per il vino tipico Bardolino.

L'attività di questo Consorzio, basata su un lacunoso decreto legge del 1924, fu alquanto limitata, poiché questa norma non rendeva obbligatoria l'appartenenza dei produttori al Consorzio e non stabiliva alcuna sanzione per coloro che incorressero in abusi nei riguardi del vino tutelato.[55]

Nel 1937 a seguito di una legge modificatrice del decreto, i produttori veronesi diedero vita ad un unico Consorzio di difesa per la tutela dei vini pregiati veronesi, la cui delimitazione delle zone produttive fu oggetto nel 1939 di un attento e completo studio.[56]

Il Consorzio di tutela vino Bardolino si è costituito per volontà dei produttori il 23-12-1969, a seguito del riconoscimento della denominazione di origine controllata del vino Bardolino con D.P.R. n. 196 del 28 maggio 1968.

Ha poi avuto l'incarico da parte del Ministero dell'Agricoltura e Foreste il 21-01-1980, di far rispettare gli adempimenti di controllo sulle uve e sul vino Bardolino.

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LA DENOMINAZIONE D'ORIGINE DEI VINI

Dopo la ricostruzione fillosserica, la produzione  viticola specializzata subì un vistoso incremento.

Di  pari passo il commercio del prodotto  confezionato  e venduto in damigiane registrò un sensibile incremento.

Per soddisfare la crescente domanda, i commercianti veronesi  introdussero  imponenti quantitativi di vini  di  altre regioni italiane, a prezzi ben più convenienti, per  trasformarli  e rivenderli poi con il nome  di  "Bardolino", "Valpolicella", "Soave", ecc.

Sotto la spinta di questa evidente inflazione riguardante la  denominazione d'origine, la tutela della  produzione, problema sempre fortemente sentito dai produttori locali, si rendeva assolutamente necessaria.[57]

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NORMATIVA

La  denominazione d'origine è regolata  fondamentalmente dal  decreto n. 930 del Presidente della Repubblica,  del 12  luglio 1963 e dalla più recente legge n. 164  del  10 febbraio  1992, che integra le normative  della  Comunità Europea in materia.

Per denominazioni d'origine dei vini si intendono i  nomi geografici  e le qualificazioni geografiche delle  corrispondenti zone di produzione.

Può comprendere anche i territori vicini, quando in  essi esistono  analoghe  condizioni naturali e, alla  data  di entrata  in vigore del decreto, si producono in essi,  da almeno dieci anni, vini immessi sul mercato con la medesima denominazione, purchè abbiano analoghe caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche e siano prodotti da uve provenienti dai vitigni tradizionali della zona,  vinificate coi metodi della zona stessa.[58]

Le denominazioni di origine dei vini vengono distinte in : semplice, controllata, controllata e garantita.[59]

La Denominazione d'origine "semplice" designa i vini  ottenuti  da uve provenienti dai vitigni  tradizionali  della corrispondenti zone di produzione, vinificate secondo gli usi locali e costanti delle zone stesse.[60]

La denominazione d'origine "controllata" è invece riservata  ai  vini che corrispondono a condizioni  e  requisiti stabiliti, per ciascun vino, dai relativi disciplinari di produzione.[61]

La  denominazione  d'origine "controllata  e  garantita", infine, è riservata a vini di  particolare  pregio  che rispondono  alle  condizioni e  requisiti  stabiliti  dai disciplinari; simile alla denominazione d'origine  controllata, ma più restrittiva, poichè più localizzata.

Inoltre la denominazione d'origine controllata e garantita  è riservata a vini già riconosciuti  DOC  da  almeno cinque  anni e che siano ritenuti di particolare  pregio, in  relazione alle caratteristiche qualitative  intrinseche, rispetto alla media di quelle di vini analoghi,  per effetto dell'incidenza di tradizionali fattori  naturali, umani  e  storici  e che abbiano  acquisito  rinomanza  e valorizzazione commerciale a livello nazionale ed  internazionale.[62]

Nei disciplinari di produzione sono stabilite : la  denominazione  di  origine del vino, la  delimitazione  della zona di produzione delle uve, le condizioni di  produzione, la resa massima dell'uva in mosto o vino, le caratteristiche  fisico-chimiche  ed  organolettiche  che   deve presentare il vino, nonchè la gradazione alcoolica minima naturale.[63]

La  specificazione  "classico" è consentita  in  aggiunta alla denominazione d'origine "controllata" e "controllata e garantita" del prodotto della zona d'origine più  antica, quando nella zona sono compresi anche altri  territori.

 La legge  10 febbraio 1992 n. 164,  che  disciplina  le denominazioni  d'origine dei vini, cita anche l’  Indicazione Geografica Tipica.

La zona di produzione di un vino IGT deve comprendere un ampio territorio viticolo che presenti uniformità ambientale e conferisca caratteristiche omogenee al vino  stesso,  e per il quale sussista un interesse  collettivo  al riconoscimento del vino in esso prodotto.

In  queste  zone  possono essere comprese  anche  aree  a denominazione  d'origine  controllata  e  controllata   e garantita.[64]

La denominazione controllata dei vini può essere applicata se viene dimostrata la reputazione del prodotto, che  deve essere basata su vari fattori di qualità, che rendono  il luogo geografico unico, quali fattori ecologici, e fattori  umani  o tecnologici, che hanno più o  meno  impatto sulla produzione.

Secondo  la Convenzione di Lisbona del 1958 la  denominazione d'origine controllata è la designazione  geografica di un posto d'origine, che dipinge il carattere del vino, molto legata all'origine e a vari fattori.

E'  una forma di protezione giuridica per  i  produttori, che possono immettere sul mercato prodotti opportunamente documentati,  e hanno il diritto esclusivo di usare  quel nome.

La  denominazione  d'origine però non serve  a  molto  se questi  prodotti devono concorrere con altri  di  diversa origine, con denominazioni scorrette e prezzi più bassi.

Infatti  i  vini a  denominazione  d'origine  controllata hanno  costi superiori a causa delle maggiori  spese  che una produzione limitata e controllata comporta.[65]

La  denominazione d'origine non è accettata in USA,  dove viene utilizzata solo una generica "indicazione  d'origine",  mentre nei paesi anglosassoni questo aspetto  della produzione è regolato più dal mercato che dallo stato.

La  Comunità Europea lascia gli stati liberi di  regolare questa  materia entro il marchio VQPRD ( vino di  qualità prodotto in regione limitate).[66]

Il recepimento della normativa comunitaria con la  legge 164/92 ha finito per sconvolgere la gestione della  denominazione d'origine dei vini.

Principale novità è stata l'introduzione del concetto di obbligatorietà dell'aderimento alle decisioni dei Consorzi di tutela esteso a tutti i produttori e vinificatori.

Ciò  significa  che le decisioni prese da  circa  il  40% degli iscritti all'albo, questa approssimativamente  la percentuale dei viticoltori aderenti ai Consorzi,  diventano di fatto direttive per tutti i produttori.

La normativa della CE ha inoltre bloccato l'estensione  e l'impianto di nuovi vigneti, necessari per equilibrare la viticoltura italiana.

Questo  è veramente un problema per la zona di  Bardolino in cui vi una forte richiesta di impianti viticoli,  in parallelo  con la crescente richiesta del vino  Bardolino nelle sue varie tipologie.

Infatti un produttore che voglia aumentare la  produzione deve  acquistare da altri che già posseggono e  intendono cambiare coltura, il diritto di reimpianto dei vigneti.

1. Controllo delle superfici iscritte all'albo dei vigneti, mediante accertamento dell'effettiva rispondenza sul terreno, sia al momento della richiesta di iscrizione dell'azienda, sia successivamente con controlli periodici a campione significativo.

2. In base a quanto previsto dalla legge 164/92 in relazione al controllo delle rese uva/ha, il consorzio provvede ad informare i viticoltori sulla metodologia di controllo della produttività basandosi sul minor numero di gemme/ha tramite una corretta potatura, in modo da rientrare nei limiti previsti dal disciplinare.

Nel periodo estivo si verifica in campo la corretta potatura invitando le aziende con maggior produttività ad effettuare un adeguato diradamento dei grappoli in modo da rientrare nelle rese legali.

3. Riscontro delle uve e dei mosti e della gradazione minima zuccherina, effettuata a campione significativo seguendo le rilevazioni zuccherine in campo e ripetuta settimanalmente al fine di consigliare ai viticoltori il momento ottimale per la vendemmia.

L'elaborazione dei dati analitici ed i relativi indici sono fatti dall'Istituto per la viticoltura di S.Michele all'Adige dal 1982.

  1. Controllo in fase di maturazione del vino prodotto dalle aziende associate.
  2. Gli associati detentori del vino devono obbligatoriamente richiedere il prelevamento preventivo per poter commercializzare il loro vino Bardolino.
Questi controlli hanno effettivamente portato ad un miglioramento qualitativo del vino Bardolino DOC commercializzato.

5. Il controllo delle rispondenze del prodotto, per l'immissione al consumo, alle caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche previste dal disciplinare di produzione, viene effettuato tramite prelevamenti prima dell'imbottigliamento in cantina e successivo riscontro con prelievo di bottiglie.

Tutti i campioni vengono sottoposti all'analisi organolettica della commissione di assaggio della Camera di Commercio di Verona e del Consorzio e all'analisi chimica effettuata presso il laboratorio del Consorzio.

Le partite ritenute idonee in quanto superano una soglia minima di qualità, sono immesse al consumo con il marchio e contrassegno consortile che identifica, per il consumatore l'avvenuto controllo di origine e qualità da parte del Consorzio.

6. Controllo sui mercati di consumo mediante verifiche formali e di merito.

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LA VINIFICAZIONE

Con  il termine vinificazione si  intende  l'insieme delle operazioni necessarie per trasformare le uve e il loro succo in vino.

Esistono  vari tipi di vinificazione,  corrispondenti  ai diversi tipi di vino ed alle diverse attrezzature utilizzate.

Di  seguito verranno brevemente illustrate le fasi  della vinificazione, e i più importanti metodi utilizzati.

Schematicamente la vinificazione comporta quattro  stadi principali :

1  - le operazioni meccaniche di lavorazione  delle  uve, durante  le  quali l'uva viene portata dal  vigneto  alla cantina, per essere sottoposta alla pigiatura , che consiste nel rompere la buccia dell'uva in modo da liberare la polpa e il succo.

Il  sistema di pigiatura influenza la vinificazione e  la qualità del vino ottenuto, a seconda dell'aspetto assunto dall'uva durante questo processo.

Possiamo  ad esempio citare la tecnica del  Medoc,  nella quale la pigiatura molto ridotta e molti acini  conservano  la  loro forma, in quanto l'uva  viene  trattata  a mano, come nelle vinificazioni artigianali utilizzate fin dai  tempi  antichi, prima dell'avvento  dei  macchinari, come le pigiatrici-diraspatrici centrifughe, che riducono l'uva allo stato di poltiglia.[67]

La  cantina  Zeni utilizza dagli anni Settanta  circa  le pigiatrici meccaniche, ma conserva tuttora, in un piccolo Museo del Vino ad essa annesso, una rarissima  pigiatrice in legno del 1300, che veniva azionata manualmente.

Abbiamo poi la fase della diraspatura , che consiste  nel separare gli acini d'uva e nell'allontanare il raspo.

Nell'antico  sistema  manuale il  raspo  veniva  separato manualmente  in cantina oppure al vigneto, alla  fine  di ogni filare, come ad esempio per le uve bianche, che  nel tragitto fino alla cantina rischiano di perdere freschezza,  e l'uva veniva leggermente pigiata nei  mastelli  di raccolta.

Oggi anche questa fase automatizzata.[68]

2- Segue poi la fermentazione.

I tipi di contenitori e le attrezzature di  fermentazione sono estremamente vari e in continua evoluzione.

La  fermentazione è lo stadio più importante  per  quanto riguarda  la qualità finale del vino, infatti  a  seconda del  metodo  di fermentazione utilizzato  otteniamo  vini diversi.

Per esempio, il vino rosso ottenuto dalla fermentazione in  presenza  di vinacce, cioè le sostanze del  succo,  e anche quelle che si trovano nelle parti solide.

All'epoca  della vinificazione artigianale, ogni  regione aveva i  propri  metodi di vinificazione  e  le  proprie attrezzature tipiche.

Con  lo sviluppo  della  vinificazione  industriale,  la standardizzazione  e  le evoluzioni delle  tecniche,  gli impianti si sono fortemente modificati ovunque.

Per  la costruzione dei contenitori di fermentazione,  un tempo veniva usato il legno, mentre i più  moderni  tini sono in acciaio inossidabile.

I  tini di legno continuano per  ad  essere  utilizzati nelle piccole aziende o per alcuni "crus" ancorati  alla tradizione.[69]

Con il termine "cru" viene indicato uno specifico vigneto  o  anche una sua piccola parte ben  determinata,  che produce vini di qualità superiore.

Nell'azienda F.lli Zeni vengono utilizzati tini di  rovere, soprattutto per la fermentazione delle uve rosse.

Abbiamo  poi  la macerazione, che si  può  definire  una estrazione  frazionata,  durante la quale si  scelgono  i costituenti  dell'uva  opportuni  da  far   disciogliere, sono utili e dotati di buon aroma e sapore.

Tutto ciò che differenzia alla vista e al palato il  vino rosso da quello bianco la conseguenza della  macerazione.[70]

3 - Successivamente abbiamo la cosiddetta separazione del vino, che consiste nel travasare il vino dalla vasca  di fermentazione  in un altro recipiente dove si rifinirà e dove verrà conservato.

La  vinaccia sgrondata viene estratta dalla vasca e  torchiata in modo da estrarre tutto il vino che essa contiene.

Anche questa fase un tempo veniva eseguita con  torchiatrici in legno, azionate manualmente, mentre adesso  sono automatizzate.[71]

4- Recentemente sono state perfezionate nuove  tecniche dette fermentazioni  secondarie, come  la  fermentazione malolattica,  che sono ulteriori fasi  di  completamento, affinamento, rifinitura.

Si  tratta  di  operazioni durante le  quali  abbiamo  la decomposizione  dell'acido  malico in  acido  lattico  ed anidride carbonica.

Questa è  una delle operazioni che migliorano la  qualità del  vino, rendendone il sapore meno acido, per la  quale la  Cantina F.lli Zeni si rivolge a  laboratori  esterni, una operazione agevole e sicura, in quanto necessaria  la  presenza  di  un'elevata   concentrazione batterica.[72]

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ESPORTAZIONI

La zona del Veronese è sempre stata una zona particolarmente dinamica in fatto di collegamenti con l'estero.

Insieme alla zona del Chianti, tra le regioni  italiane che ha sempre privilegiato il mercato estero rispetto  al quello nazionale.

La  maggior  parte delle  imprese  vitivinicole  veronesi opera quasi esclusivamente con l'estero.

Alla fine del secolo scorso, periodo nel quale  l'azienda in esame inizi la sua attività, cominciava già a diventare diffusa l'esportazione di vino.

Era un'attività tutt'altro che facile, a causa dei carenti  mezzi  di  trasporto e degli  onerosi  dazi  imposti dai Paesi europei nei confronti dell’esportazione del vino italiano.

Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, essi  erano scarsi e tutt'altro che sicuri.

Si trovano a tal proposito documenti[73] nei quali si  lamentava la disonestà degli addetti  alle  ferrovie, che rubavano i carichi di uva e vino; inoltre le  tariffe dei mezzi di trasporto erano esorbitanti.

L'arrivo  della ferrovia in molti Comuni soprattutto  del Mezzogiorno,  portò  situazioni  che  potremmo   definire "speculative".

Ad esempio, nel 1871 nel Salernitano vi erano disponibili 60.000  ettolitri di vino, che si sarebbero  venduti  al prezzo  di  5 lire l'ettolitro; dopo qualche  anno,  con l'apertura della ferrovia che unisce Salerno a Napoli, il prezzo salì a lire 20 l'ettolitro, poi a 25 e oltre.[74]

Per quanto riguarda i dazi, invece, vi era in Europa una marcata tendenza al protezionismo.

Nonostante  ci  il  vino italiano  riusciva  comunque  a vendere  molto  all'estero,  la  maggior  parte dei vini  esteri  -  francesi, spagnoli  e tedeschi - erano prodotti utilizzando  quelli italiani come vini da taglio.[75]

I  principali paesi importatori di vini italiani  a  fine Ottocento erano :

GERMANIA

I  dazi  tedeschi  erano i più onerosi,  a  causa  della presenza  al Governo del Principe di  Bismarck,  accanito difensore del protezionismo.

Nonostante queste tasse rendessero impossibile  esportare in  Germania  a prezzi accettabili, la  vendita  di  vini italiani in quel Paese, benchè marginale, era in costante aumento.[76] i dati possono rendere l'idea della situazione delle esportazioni verso la Germania :
 
   

 

VINO IN BOTTI VINO IN BOTTIGLIE
1870-1874 1.918 ettolitri in media
800 in media
1875-1878 4.195 ettolitri in media
3.800 in media
1879-1882 36.572 ettolitri in media  
 

IMPERO AUSTRO-UNGARICO

Nel 1878 venne firmato a Vienna un trattato di  commercio con  cui venivano fissati dei dazi inferiori rispetto  a quelli  delle  altre nazioni, per  le  regioni  Piemonte, Veneto,  Lombardia e Italia Centrale: per queste  regioni il  dazio era di 8 lire al quintale, per gli altri  Stati saliva a 50 lire al quintale.

Le  esportazioni  di vino furono decisamente  maggiori  nei confronti di questa monarchia, rispetto a quelle verso la Germania : circa 25.000 ettolitri in botti annui  attorno al 1875 e 32.000 bottiglie annue.[77]
 

SVIZZERA

Le relazioni commerciali con la Svizzera non erano  facili, perchè , oltre ad esserci un dazio federale,  peraltro non altissimo, esistevano degli esorbitanti dazi  cantonali.

Nonostante  ci le esportazioni verso questo  Paese  sono sempre  state  di quantitativi piuttosto  elevati,  e  in costante aumento.[78]
 
  VINO IN BOTTI VINO IN BOTTIGLIE
1870-1874 55.463 ettolitri in media
7.500 in media
1875-1878 89.115 ettolitri in media
11.700 in media
1879-1882 104.632 ettolitri in media  
 

Fino agli anni Settanta stato il più importante cliente della cantina in esame.

Oggi la Svizzera l'unico paese in cui l'azienda esporta vino sfuso a causa degli altissimi dazi su quello imbottigliato.

STATI UNITI D'AMERICA

A  fine secolo  nel Nord America vi  era  un  fortissimo protezionismo e un certo proibizionismo, come testimoniano alcuni editti che comminavano severe pene a chi offriva  o  accettava da bere, e comunque l'uso del  vino  era ancora  molto  limitato  e, a  causa  degli  elevatissimi dazi, ristretto alle classi più agiate.

Nel 1893 l'esportazione di vino si aggirava sui 400 q.li .[79]
 

AMERICA DEL SUD E CENTRALE

Anche questi stati erano dei grandi importatori di  vino italiano, soprattutto l'Argentina, come dimostrano questi dati :[80]

 
VINO IN BOTTIGLIE
1870-1874
142.500 in media
1875-1878
496.900 in media
 
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ESPORTAZIONI OGGI

Arrivando  ai  nostri  giorni,  si  può  affermare   che l'esportazione mondiale di vino è concentrata nelle  mani dei  paesi  facenti  parte del G7,  assieme  a  Svizzera, Olanda,  Belgio,  Danimarca e Svezia; mentre  i  maggiori importatori sono USA, Germania e Regno Unito, ma solo  in termini  di valuta, ma non in termini di volume,  infatti la gran parte delle vendite è diretta in Europa.

La  Comunità europea, comunque, resta il più grande  produttore ed esportatore mondiale di vino : nel 1988 produceva il 70% della produzione mondiale, con 209 milioni di litri.

Tra i paesi europei l'Italia ha un ruolo predominante con circa un milione di ettolitri, equivalenti al 34%  della produzione mondiale.

Dal 1978 al 1987 la produzione europea aumentata,  ma solo grazie all'entrata di nuovi paesi produttori come la Grecia, la Spagna e il Portogallo.

In  termini  di qualità, in quegli anni  aumentata  la produzione di vini a denominazione d'origine controllata, mentre calata quella dei vini da tavola.

Negli ultimi anni si assistito ad un calo nel  consumo di vino da parte degli stessi paesi produttori, dovuto al cambio  delle abitudini, come l'introduzione  del  lavoro continuato, inoltre i giovani preferiscono altre bevande, e  le frequenti campagne antialcol non sono  accompagnate da norme educative.[81]

I paesi non produttori, come la Germania, importano  vino non imbottigliato a prezzo minore e lo esportano imbottigliato,  ricavandone  un valore  aggiuntivo  rispetto  ai paesi produttori,  poichè  non devono  subire  spese  di produzione, ma solo quelle di imbottigliamento.

Dagli anni  Cinquanta all'inizio degli anni  Ottanta  la produzione  di vino italiano è  cresciuta  continuamente, arrivando a 86 milioni di ettolitri, grazie al  notevole miglioramento  delle condizioni di vita, con  un  diffuso aumento del reddito.

Questo cambiamento può illustrare l'aumentato il  consumo di  vini  VQPRD  ( vini di qualità  prodotti  in  regioni limitate  ),  come economicamente spiegato  dalla  legge della sostituzione  di Engel, la quale afferma  che  con l'aumentare  del reddito, la quantità di beni  alimentari acquistata non aumenta all'infinito : ad un certo livello di reddito i beni vengono sostituiti con altri di qualità superiore.[82]

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LE ESPORTAZIONI ITALIANE

Negli anni  Sessanta le esportazioni  italiane  di  vino fluttuavano tra i 200 e i 300 milioni di litri.

Nei primi anni dopo il trattato di commercio libero nella Comunità

Europea, verso il 1970, l'esportazione  italiana si  aggirava  sul miliardo di litri, di  cui  la  maggior parte verso la Francia, al posto di quello algerino.

Negli anni Ottanta a causa della contrazione del  mercato USA, che ha sempre rappresentato uno dei maggiori consumatori  del  vino italiano, col 30%  delle  esportazioni, soprattutto  a  causa dello scandalo  del  metanolo,  le esportazioni verso gli USA vengono quasi dimezzate.p.253-254

A  causa  della caduta del mercato  nord  americano,  cui la contrazione di altri mercati, l'Italia cercò di conquistare quello anglosassone; infatti al contrario  di quelle francesi, le strategie italiane si basano su pochi mercati  scelti : la Germania, che il  principale,  gli Stati Uniti d'America, il Regno Unito e la Francia ,  per un  totale  dell' 82% delle esportazioni.

quindi capire che la contrazione di uno di  questi mercati  abbia preoccupanti  ripercussioni  sull'economia italiana.

Nei primi anni Novanta cominciata l'espansione verso il Giappone, ma nonostante ciò le esportazioni continuano  a calare.

Negli anni Novanta c'è uno stallo del mercato sia  domestico che estero, con un calo di quasi un terzo  rispetto agli anni Settanta, a causa dell'affermarsi del vino  del Nuovo Mondo che meno costoso.[83]

La  vera  sfida  che l'Italia deve  sostenere  infatti  contro  i nuovi Stati esportatori,  presenti  soprattutto nel  Nuovo Mondo: Cile, Argentina, Australia, Usa e  Sud America,  che negli ultimi anni sono diventati forti  produttori di vino e si presentano sul mercato internazionale  con un rapporto  qualità-prezzo  assai  vantaggioso spesso spiazzante per i prodotti italiani.[84]
 

CANADA

Il mercato del vino in Canada regolato da dieci monopoli  autonomi, che dettano le regole per l'importazione  e la maggior parte di essi applicano politiche  discriminatorie contro i produttori esteri, nonostante gli  accordi GATT fino  agli  anni Novanta il consumo di vino    cresciuto molto,  e molto più che in USA, dopo c'è stato  un  forte calo, dovuto all'affacciarsi sul mercato dei nuovi  paesi produttori.

Prova ne sia che recentemente vi stato un  calo  delle importazioni  dei vini italiani, francesi e spagnoli,  a favore di quelli cileni, australiani e americani.
 

GIAPPONE

Negli ultimi anni sta crescendo anche il mercato  giapponese.

Negli anni Settanta il volume delle vendite di  vino  in questo  paese  era pari a zero, mentre durante  gli  anni Novanta  diventato pari a 100 milioni di litri,  e  si punta sul potenziale di crescita a lungo termine.

Il  consumo pro capite ancora molto basso, ma si  punta sul fatto che la popolazione è molto numerosa.

Il consumo di vino aumentato grazie anche all'occidentalizzazione del modo di vivere, e al boom delle  vacanze all'estero.[85]

Negli anni Novanta le importazioni di vino italiano  sono calate  a  causa di una crisi economica e  soprattutto  a causa di una politica discriminatoria verso i vini  esteri, con tasse indirette sulle importazione.

Dopo  i molti reclami ricevuti, anche da parte del  GATT, ora non esistono più tasse all'importazione, ma è necessario un certificato d'origine e un certificato di analisi  a causa dello scandalo del metanolo,  provocato  nel 1992 da tracce di MITC, un insetticida usato durante  la fase  di fermentazione, nel vino italiano, trovate  dagli Stati Uniti, che indissero una campagna contro l'Italia.

L'uso del metanolo nella fermentazione del vino non pratica  diffusa, ma in quel periodo il  Ministero  delle Finanze  italiano aveva fissato nuove  tasse  sull'alcool etilico maggiori di quelle fissate sull'alcool metilico.

Alcuni operatori disonesti per aumentare grado  alcolico, si servirono perciò del l'alcool metilico (metanolo)  per pagare meno tasse.
 

USA

Negli anni  Settanta  gli Stati  Uniti  d'America  erano considerati  una specie di nuovo Eldorado per il  settore vinicolo,  mentre nella prima metà degli anni Ottanta,  a causa soprattutto del sopracitato scandalo del  metanolo,

Si  creò un clima di neoproibizionismo, che,  assieme  al calo  dei prezzi del vino americano e il dollaro non  più solido  come  in precedenza, ma  vacillante,  produsse  un forte calo nella domanda di vino italiano.
 
 
1870-1919
1920
1940-1960
1970
1998
Germania
0
0
3% 
10%
15% 
Austria
0
0
2%
7%
10% 
Francia
0
0
1%
5%
10%
Norvegia Olanda Danimarca
0
0
0
3%
10%
Svizzera
2%
3%
5% 
8%
10% 
Centro America Messico
0
0
0
5%
20%
USA Canada
0
0
0
5%
20%
Giappone
0
0
0
0
5%
 

Come si evince dalla tabella precedente, fatta  eccezione per  la Svizzera, con la quale i rapporti  sono  iniziati durante  la  prima guerra mondiale, con gli  altri  Stati europei il commercio è iniziato verso gli anni Cinquanta, mentre oltreoceano, durante gli anni Settanta-Ottanta,  e per il Giappone addirittura nell'ultimo decennio.

Per  quanto riguarda le quantità vendute le  Americhe  la fanno da padrone, con quasi la metà, oggi, della  produzione,  seguite dalla Germania e dagli altri Stati  europei.

Ultimo il Giappone, che per ha iniziato da pochissimo ad importare vino.

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Bibliografia

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Note

1. L.Paronetto La Gardesana del Vino Bardolino , Bardolino, 1994, p.96
2. Virgilio Georgiche II "teque fluctibus et fremitu adsurgens Benace Marino" ( Oh Benaco che ti sollevi con flutti e fremito di mare)
3. L.Paronetto La Gardesana del Vino Bardolino, cit., p.91
4. IBIDEM, pp. 99-100
5. Il termine "insubrica" indica un insieme di paesaggi prealpini caratterizzati da una comune impronta quasi mediterranea
6. Comunità del Garda Lo sviluppo economico della regione del Garda, Gardone Riviera 1967, pp.73-75
7. Dati ed informazioni forniti dall’ Azienda Promozione Turistica della Riviera degli Olivi
8. IBIDEM,pp.3-5
9. IBIDEM, pp.154-157
10. Dati forniti dall’Azienda Promozione Turistica della Riviera degli Olivi
11. C.Betteloni Opere complete, Verona, 1948, p.10
12. F.Cipriani Bardolino, Verona, 1964, p.3 G.Crosatti Bardolino, Verona, 1902, p.12
13. IBIDEM,p.51
14. L.Paronetto Verona antica terra di vini pregiati, Verona, 1974, p.243
15. IBIDEM, pp.245-253
16. Comunità del Garda Lo sviluppo economico della regione del Garda, cit., pp.140-145
17. Dati forniti dal Comune di Bardolino
18. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, Verona, 1965, p.331
19. B.H.Slicher Van Bath Storia agraria dell’Europa Occidentale, Torino, 1972, pp.90-92
20. IBIDEM, p.101
21. C. Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., pp.68-69
22. IBIDEM, p.73
23. L. Paronetto La Gardesana del vino Bardolino, cit., pp.64-65
24. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., pp.28-30
25. IBIDEM, pp.45-47
26. IBIDEM, pp.53-60
27. L.Paronetto La Gardesana del vino Bardolino, cit., p.16
28. G.Zalin Società agraria veneta del secondo Ottocento, Padova, 1978, p.112
29. M.Bandini Cento anni di storia agraria italiana, Roma, 1963, p.30
30. IBIDEM, pp.79-80
31. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., pp.183-186
32. G.Dalmasso, I.Cosmo, G.Dall’Olio L’indirizzo viticolo per le provincie venete, Annuario della Regia Stazione di viticoltura ed enologia di Conegliano, vol.III, fasc.2, 1929-1931
33. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., p.188
34. M.Bandini Cento anni di storia agraria italiana, Roma, 1963, pp.147-148
35. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., p.259
36. IBIDEM, p.185
37. A.Calò direttore della Stazione Sperimentale di Viticoltura di Conegliano in Z.Bocci I vini veneti a denominazione di origine controllata, Venezia, 1980, p.10
38. IBIDEM, p.12
39. IBIDEM, pp.11-12
40. L.Paronetto Verona antica terra di vini pregiati, cit., p.211
41. G.Dalmasso Viticoltura ed enologia del veronese dalle origini all’invasione filosserica, in Memorie e atti dell’Accademia d’agricoltura, arti e commercio, Verona, 1983
42. Z.Bocci I vini veneti a denominazione di origine controllata, cit., pp.96-100
43. G.Dalmasso Viticoltura ed enologia del veronese dalle origini all’invasione filosserica, cit.
44. T.Unwin Storia del vino. Geografie, culture e miti dall’antichità ai giorni nostri, Roma
45. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., pp.170
46. IBIDEM, p.115
47. A.Manganotti Osservazioni Agrarie per l’anno 1857, in Atti e Memorie dell’Accademia di Agricoltura, scienze ed arti di Verona, vol.XXXVI, 1958
48. G.Dalmasso Viticoltura ed enologia nel veronese dalle origini all’invasione fillosserica, cit
49. L.Paronetto La Gardesana del vino Bardolino, cit., p.76
50. C.Vanzetti Due secoli di storia dell’agricoltura veronese, cit., p.152
51. P.Scarpi Storie del vino Atti del 2° colloquio interuniversitario "Homo Edens", Milano, p.109
52. L.Paronetto La Gardesana del vino Bardolino, cit., p.80
53. Z.Bocci I vini veneti a denominazione di origine controllata, cit., p.146
54. Legge 12.7.1963, n.930, capo IV
55. L.Paronetto La Gardesana del vino Bardolino, cit., p.78
56. G.Dalmasso, I.Cosmo, G.Dell’Olio I vini pregiati della provincia di Verona, Annali della Sperimentazione Agraria, vol. XXXV,1939
57. L.Paronetto La Gardesana del vino Bardolino, cit., p.80
58. Decreto del Presidente della Repubblica 12 luglio 1963, n.930, art.1
59. IBIDEM, Art.2
60. IBIDEM, Art.3
61. IBIDEM, Art.4
62. Legge 10 febbraio 1992, n.164, "Nuova disciplina delle denominazioni d’origine dei vini", Art.8
63. D.P.R 12-7-63, cit., Art.5
64. L.10-2-92, n.164, Art.7
65. Vine and wine economy. Proceedings of the international symposium, Kecskemet, Ungary, 25-29 june 1990, pp.3-7
66. IBIDEM, pp.35-38
67. E. Peynaud Enologia e tecnica del vino, Parigi, 1975, p.183
68. IBIDEM, pp.184-187
69. IBIDEM, pp.188-193
70. IBIDEM, pp.127-219
71. IBIDEM, p.224
72. IBIDEM, p.256
73. S. Zirilli Annali di Enologia, 1876
74. Giornale del Comizio Agrario di Salerno, 1871
75. O. OTTAVI Enologia teorico-pratica, 1888, pp.797-800
76. IBIDEM, pp. 806-808
77. IBIDEM, p.808
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79. F. CANTAMESSA Il vino, Torino, 1899, p.386
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81. P. SPAHNI The international wine trade, Cambridge, 1995, pp.107-111
82. IBIDEM, p.120
83. IBIDEM, pp.255-258
84. IBIDEM, pp.163-168
85. IBIDEM, pp.105-107
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